I mercati hanno guardato soprattutto al Medio Oriente, dove la tensione tra Stati Uniti e Iran e le difficoltà nello Stretto di Hormuz hanno continuato a condizionare petrolio, trasporti, inflazione e aspettative sui tassi. Secondo Trading Economics, già a inizio settimana gli investitori seguivano con attenzione la possibilità di nuovi colloqui tra Washington e Teheran, mentre petrolio e materie prime restavano il principale termometro della paura globale.
Lunedì 4 maggio, l’apertura dei mercati ha raccontato una verità semplice: l’economia mondiale oggi non si muove soltanto sui dati macroeconomici, ma sulle parole dei leader, sui segnali militari e sulle rotte dell’energia. La guerra in Medio Oriente, la questione ucraina, le tensioni tra Stati Uniti e Cina e l’incertezza delle banche centrali hanno costruito una settimana nervosa, in cui ogni dichiarazione ha avuto il peso di un indicatore finanziario.
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Nei giorni successivi la settimana è proseguita con un andamento alterno. Da un lato, le borse hanno trovato sostegno nei risultati societari e in alcuni segnali di resilienza dell’economia americana; dall’altro, il costo dell’energia ha continuato a rappresentare il vero rischio sistemico. Reuters ha segnalato il 5 maggio un rialzo delle azioni statunitensi e globali, sostenute dagli utili aziendali, mentre il petrolio restava condizionato dalle ostilità tra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz.
Il punto centrale della settimana è stato proprio il petrolio. Il Brent è sceso sotto quota 98 dollari al barile il 6 maggio, spinto dalle speranze di un possibile accordo iniziale tra Stati Uniti e Iran, ma la volatilità è rimasta altissima. Le quotazioni dell’energia sono diventate il barometro della fiducia: quando si è parlato di pace, il prezzo è sceso; quando sono tornati gli scontri nel Golfo, il petrolio è risalito.
Sul fronte americano, il dato sul lavoro pubblicato l’8 maggio ha mostrato un’economia ancora in movimento, ma meno brillante rispetto ai mesi precedenti. Gli Stati Uniti hanno creato 115 mila nuovi posti di lavoro non agricoli ad aprile, un dato inferiore ai 185 mila di marzo ma superiore ad alcune attese di mercato. La disoccupazione è rimasta al 4,3%, segnalando un mercato del lavoro solido ma non privo di rallentamenti.
Anche la Federal Reserve è rimasta al centro della scena. Dopo la decisione di fine aprile di lasciare i tassi fermi nella fascia 3,50%-3,75%, i mercati hanno continuato a interrogarsi sulle prossime mosse della banca centrale americana. Il tema è chiaro: se il petrolio resta alto, l’inflazione può tornare a mordere; se l’economia rallenta, i tagli ai tassi diventano più urgenti.
La settimana ha avuto anche un forte peso geopolitico sul fronte Russia-Ucraina. Tra il 9 e il 10 maggio Vladimir Putin ha dichiarato di ritenere che la guerra possa essere “vicina alla fine”, aprendo alla possibilità di nuovi accordi di sicurezza in Europa. Ma la prudenza resta obbligatoria: le parole del Cremlino arrivano dopo anni di guerra, distruzione e sfiducia diplomatica.
La chiusura della settimana, domenica 10 maggio, consegna quindi un quadro complesso: i mercati non sono crollati, ma non possono dirsi tranquilli. L’oro ha chiuso la settimana in rialzo, sostenuto dall’incertezza internazionale e dalle speranze di una soluzione diplomatica sul dossier iraniano. Reuters ha indicato lo spot gold in crescita dello 0,7% venerdì, con un guadagno settimanale del 2,3%.
Cosa aspettarsi ora? La prossima fase dipenderà da tre fattori: l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, la reale possibilità di un negoziato tra Russia e Ucraina e le decisioni delle banche centrali. Se il petrolio dovesse restare elevato, famiglie e imprese potrebbero subire nuovi rincari su energia, trasporti e materie prime. Se invece la diplomazia riuscisse ad aprire spiragli concreti, i mercati potrebbero recuperare fiducia.
Il futuro immediato dell’economia globale, dunque, non si giocherà solo nelle borse o nelle banche centrali. Si giocherà nei vertici diplomatici, nei proclami dei leader, nei corridoi delle cancellerie e nelle rotte marittime dell’energia. La settimana dal 4 al 10 maggio 2026 ci lascia una certezza: oggi la geopolitica è diventata economia quotidiana.