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Dai boschi del Trentino ai grattacieli di Singapore: come sono cambiati i ritiri estivi del calcio

In Calcio
Agosto 14, 2026
Ritiro napoli dimaro

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui il calcio d’agosto profumava di resina e polenta più che di jet lag. Un tempo in cui per vedere da vicino il proprio idolo non serviva comprare un biglietto per Miami o Tokyo, ma bastava salire in macchina, imboccare una statale di montagna e piazzarsi fuori da un piccolo albergo di Madonna di Campiglio o di Pinzolo, con la speranza di intercettare un autografo prima di cena. Il ritiro precampionato, oggi ridotto quasi a un appuntamento logistico tra un’amichevole sponsorizzata e l’altra, è stato per decenni uno dei riti più identitari del calcio italiano. E ripercorrerne la trasformazione, dagli anni Sessanta a oggi, racconta molto più di una semplice questione organizzativa: racconta come è cambiato il rapporto tra squadre, tifosi e denaro.

Quando il ritiro era una vacanza di paese

Negli anni ’60 e ’70 il concetto stesso di preparazione estiva era diverso da quello odierno. Le squadre si trasferivano per settimane intere in piccole località di montagna, tra Trentino, Dolomiti e Appennini, trasformando borghi di poche migliaia di abitanti in avamposti del grande calcio. Pinzolo, in Val Rendena, iniziò questa tradizione già nel 1976 con l’arrivo del Brescia, allora in Serie B, e negli anni successivi vide sfilare Hellas Verona, Milan, Fiorentina, Torino, Roma, Atalanta e Inter.

Il legame tra squadra e territorio, in quegli anni, non era un’operazione di marketing calcolata a tavolino: nasceva quasi per caso, e proprio per questo diventava fortissimo. I club più seguiti finivano per colonizzare intere vallate, creando un legame indissolubile con gli sportivi del posto. Nei bar dei paesi di montagna sono rimasti appesi per decenni gagliardetti, foto sbiadite e palloni autografati, testimonianza silenziosa di un’epoca in cui il ritiro era anche un evento comunitario, quasi una sagra paesana con i calciatori al posto delle bancarelle.

Il Napoli, in particolare, ha una storia di ritiri montani lunghissima. Negli anni ’80, sotto la guida di Ottavio Bianchi, la squadra si preparò per cinque stagioni consecutive a Madonna di Campiglio, spostandosi anche a Spiazzo, nel Trentino, e in Marche. Nell’estate del 1984 arrivò a Castel del Piano, sull’Amiata, un Diego Armando Maradona appena acquistato: l’entusiasmo era tale che perfino il portiere Luciano Castellini invitò i compagni a non montarsi la testa prima ancora di iniziare il campionato. Si racconta che un tifoso napoletano, quell’estate, rimase in attesa fuori dal ritiro per oltre nove ore pur di essere il primo a poter toccare il piede sinistro del nuovo fuoriclasse argentino.

Il Milan, va detto, fece storia a sé: la costruzione di Milanello nel 1963 spinse il club a preparare quasi ogni stagione nel proprio centro sportivo, con rare eccezioni come Vipiteno tra fine anni ’70 e primi ’80. Ma per la maggior parte delle big italiane, il ritiro in quota restava un appuntamento fisso, quasi sacro, con la doppia seduta quotidiana e le classiche fughe notturne dei giocatori più indisciplinati, puntualmente scoperte dall’allenatore di turno.

Il lento declino della montagna e la rinascita a metà

Con gli anni Duemila qualcosa iniziò a incrinarsi. I ritiri si accorciarono, i centri sportivi di proprietà diventarono la norma e diverse società smisero di lasciare le proprie basi per settimane intere. Eppure il Trentino, invece di sparire dalla mappa del calcio che conta, ha saputo reinventarsi come destinazione premium: il caso più emblematico è quello di Dimaro-Folgarida, che con il Napoli ha costruito un rapporto quindicennale, il più longevo tra le squadre di Serie A nella regione, arrivato nel 2026 alla sua edizione numero quindici. Non più un ritiro “spontaneo”, ma un vero e proprio accordo turistico-commerciale, con tanto di titolo ufficiale di sede di allenamento estivo e ricadute economiche calcolate per l’indotto locale.

Dalle Dolomiti ai fusi orari: la globalizzazione del precampionato

Se la montagna italiana resiste ancora, grazie a operazioni come quella di Dimaro, il grosso della preparazione estiva delle big si è spostato altrove: negli Stati Uniti, in Asia, in Medio Oriente. Non si tratta più di allenarsi lontano da occhi indiscreti, ma esattamente il contrario: portare la squadra dove ci sono più tifosi, più sponsor e più mercati da aprire. Le amichevoli negli stadi NFL da settantamila posti, i tour promozionali a Singapore o a Hong Kong, le sessioni di allenamento aperte al pubblico pagante in Cina non sono più eccezioni, ma la normalità per i club di vertice.

Dietro questo cambiamento c’è una trasformazione economica profonda del calcio italiano. La Serie A ha visto crescere in modo netto la propria capacità commerciale: la raccolta sponsor della Lega, che nel 2018 si aggirava sui 30 milioni di euro, oggi sfiora i 90 milioni annui, quasi triplicata in meno di un decennio, secondo quanto confermato dal direttore marketing della Lega Serie A. In parallelo, i ricavi complessivi del campionato hanno superato i 3 miliardi di euro nell’ultima rilevazione Deloitte, anche se quasi la metà di quella cifra resta concentrata in appena tre club.

Due modelli, una stessa esigenza

Alla fine, montagna e tournée internazionali rispondono alla stessa domanda, solo cinquant’anni e un modello di business di distanza: come far incontrare la squadra con il proprio pubblico. Negli anni ’60 quel pubblico era il tifoso di provincia disposto a passare le vacanze accampato fuori da un albergo di montagna. Oggi è un mercato globale, fatto di follower, sponsor e diritti televisivi da vendere in fusi orari diversi. Resta da chiedersi cosa si sia perso per strada: probabilmente quella spontaneità un po’ ingenua che rendeva il ritiro, più che un’operazione di immagine, un pezzo di vita condivisa tra una squadra e la sua gente.